Una vita senza Coronavirus Pandemia coronavirus sopravvivenza epidemia

“Significherebbe accettare meno libertà nel medio termine e sarebbe cruciale avere fiducia nell’autorità e volontà di aderire alle restrizioni”, spiega Angharad Davies, docente di microbiologia. “L’incentivo sarebbe che, se raggiungessimo l’eliminazione, potremmo tornare a una situazione vicina alla normalità e ad avere un’economia locale in salute anche in assenza del vaccino”.Pandemia coronavirus sopravvivenza epidemia

La parola chiave della. dichiarazione di Davies è però una: medio termine. Quanto sarebbero sopportabili le conseguenze. sul piano economico di misure di contenimento che si protraggono per mesi o magari anche un anno? “Fare altrimenti, significherebbe rischiare di dover fare dentro e fuori dai lockdown numerose volte”, ribatte l’epidemiologo di Oxford Lakshmi Manoharan. “Questo sarebbe. ancora più nocivo per. la società e per l’economia, comparato alla possibilità di prendere misure più stringenti nel breve termine”.

Oltre a essere forse il male minore, potrebbe anche essere l’unica soluzione, se è vero – come sottolinea Manoharan – che “il numero di persone che hanno sviluppato anticorpi da Covid-19 in hotspot del Coronavirus come. Wuhan o la Spagna è ancora basso. Permettere alla vita sociale ed economica di ripartire in questa situazione e in assenza di un vaccino potrebbe portare a una seconda ondata. di infezioni peggiore della prima. La soluzione, quindi, passa dal mantenimento del distanziamento sociale, dalle quarantene per chi arriva da altri paesi e da una politica di tamponi, tracciamento e isolamento che riesca a ridurre i tassi d’infezione.

Continuate a mentenere le distanze

In poche parole, dobbiamo continuare più o meno con. le stesse misure che hanno contraddistinto le fasi più acute. della pandemia (e che in Italia abbiamo in verità già in parte abbandonato) finché i numeri dei nuovi casi non saranno finalmente sotto controllo. Una stima di quale sia una soglia accettabile la fornisce il docente di Salute pubblica internazionale Jimmy Whitworth, parlando di “un nuovo caso al giorno per ogni milione di abitante”.

In Italia dovremmo quindi attestarci sui 60 nuovi casi al giorno, laddove ultimamente ci aggiriamo sui 150/200. Ma praticamente nessun paese europeo – per non parlare di Stati Uniti, Brasile, India o Russia, dove l’epidemia ancora dilaga – ha raggiunto cifre così basse. Fino ad allora, prosegue Whitworth, “dobbiamo continuare a mantenere le misure di distanziamento sociale, unite a politiche di tracciamento e tamponi che evitino che gli inevitabili focolai si espandano in una seconda ondata”.

Ci vuole quindi impegno da parte della politica e dei cittadini, forse troppo precipitosi a ritornare alla normalità – anche per comprensibili ragioni economiche – nonostante il rischio perdurante di una seconda ondata autunnale. “Servono risorse, leadership e impegno per avere successo”, conclude Andrew Lee dell’università di Sheffield. “La questione principale diventa quindi: cosa siamo pronti a sacrificare per conquistarlo?”.

Una domanda ancor più valida se si considera che, nel nostro mondo globale, non è sufficiente che qualche nazione sia in grado di mettere in atto tutte le azioni necessarie: “Questa è una minaccia alla salute globale, che richiede una leadership globale e un’azione coordinata, se davvero vogliamo eliminarla”.

 

 

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